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Il futuro che ci aspetta
Ve lo ricordate il capodanno 2000 ? Anticipato dal sistema della informazione che ha martellato l’opinione pubblica con migliaia di spot, interviste, pareri, opinioni e quant’ altro tutti tesi a caricare l’evento di significati tanto enormi ed importanti quanto effimeri, banali e fuorvianti che, a distanza di pochi mesi la stragrande maggioranza della gente ha archiviato il fatto come un qualunque capodanno, un normalissimo succedersi di tempi, un prodotto di consumo che, immediatamente dopo il suo uso, viene agevolmente buttato nel dimenticatoio della memoria. E potrebbe anche essere così se non fosse che il passaggio del millennio, in se stesso fatto normalmente automatico, non può essere una occasione mancata ma deve essere preso come simbolo, come elemento di riflessione. Esso crea insomma una linea netta di demarcazione fra il passato ed il futuro. Ogni giorno, beninteso, ha in se la carica di spartiacque fra ciò che è stato e ciò che sarà: l’inizio del terzo millennio, tuttavia, offre la possibilità di riflettere su di un passato più vasto di un anno o di un decennio, e di immaginare un progetto per un futuro a più ampio respiro rispetto alle contingenze dell’immediato. Gli anni duemila sono, per chi comprende l’inadeguatezza degli schemi politico sociali odierni, un vero e proprio voltar pagina, mettere il passato in generale ed il Novecento, in particolare, nella loro giusta collocazione. Di passato, appunto. Le pagine future sono tutte da scrivere. E qui sorge il problema di cosa e di come scrivere. Se infatti il Mondo si trova di fronte ad emergenze nuove e per certi aspetti inattese, palese come il metodo per la risoluzione dei problemi appaia del tutto inadeguato tant’è che nessuno dei conflitti sociali è avviato a soluzione. Anzi, la politica odierna, adoperando strumenti obsoleti, vecchi, intrisi di paradigmi tipici del millennio scorso, i problemi anziché risolverli, li aggrava. E’ il caso della Palestina, della Povertà, della droga, dell’energia e via di questo passo. Noi abbiamo compreso che emergenze come quella del terrorismo internazionale non possono essere risolte con operazioni di cosiddetta “polizia internazionale”. Pannicelli caldi che si affannano a tappare le falle di un ordine mondiale che fa acqua da tutte le parti. Già solo per il fatto che i “poliziotti internazionali” si sono autonominati tali, sono autoreferenti, decidono chi, quando e cosa è il male in uno schema che non funziona più. Dimenticando, e facendo dimenticare ai popoli loro sottomessi, le proprie responsabilità, le proprie colpe. Noi siamo convinti che i Popoli debbano riappropriarsi del proprio destino in modo consapevole e razionale. E che debbano dar vita ad un nuovo ordine mondiale che li veda al centro della vita. Strada ardua, difficile, lunga ma non impossibile. Per percorrerla bisogna avere il coraggio di scrollarsi di dosso il Novecento con tutto ciò che ne segue. Bisogna intimamente capire quanto le divisioni ideologiche siano invenzioni perverse di un sistema gestito da “poteri forti”,messe in piedi al solo scopo di lasciare tutto così come è. E’ il caso del movimento “no-global” che apparentemente protesta contro quest’ordine mondiale, ma nei fatti, riproducendo gli schemi della politica vecchia (in questo caso della sinistra), diventa comodo sgabello per chi vuole facilmente incanalare, strumentalizzare e poi fagocitarne le istanze. Stesso discorso vale ovviamente anche per la destra, il centro e per tutte le altre le altre possibili espressioni di una politica che non guarda al futuro, non ascolta i popoli, non risolve i problemi, non sveglia le coscienze, non aiuta a crescere le Società. Noi abbiamo compreso che la nuova politica deve avere necessariamente due cardini strategici: il Sapere e l’Esempio Il Sapere di un Popolo equivale automaticamente al suo riscatto. Perché Sapere è Potere. Sapere, avere gli strumenti culturali per capire le dinamiche della società, per comprendere quanto la vita è condizionata dalle multinazionali petrolifere, farmaceutiche, delle armi. Avere in mano i mezzi per comprendere che i politicanti sono, al di la della loro prosopopea, fantocci, burattini ad uso e consumo di poteri che con la gente non hanno nulla a che vedere. Sapere per essere autonomi, per essere liberi di scegliere. Sapere per poter riconoscere senza condizionamenti ciò che è bene per un popolo e ciò che non lo è. Sapere per poter finalmente capire quanto miserabile fosse la propria condizione di ignoranti, di foglie al vento senza nervi. Polvere in balia dei venti. Il politico nuovo, tuttavia, dovrà incarnare il cambiamento che porta con sé il terzo millennio, dovrà essere all’altezza della situazione, dovrà saper ascoltare, capire, intuire. Dovrà immaginare il futuro, dovrà saper sognare senza perdersi nelle reti dei sogni. Dovrà soprattutto essere al servizio del popolo. E lo sarà se saprà farsi comprender in maniera inequivocabile, senza compromessi o riserve mentali: dovrà dare l’Esempio; dovrà essere Egli stesso l’esempio di come si possa cambiare, di come un futuro migliore sia possibile ed attuabile.
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