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Si nega la crisi,  si parla di ripresa

e gli Ultimi stanno a guardare

 

La crisi economica fa crescere anche la fame nel modo. Per effetto della tempesta finanziaria che non ha risparmiato nessun mercato, le persone che soffrono la fame sono aumentate del 9% nell'anno in corso, arrivando alla vetta di 1,02 miliardi. E' quanto si legge nel rapporto pubblicato oggi dalla Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione e dal Pam, il Programma alimentare mondiale. E' la prima volta che accade dal 1970. Nel vertice per la sicurezza alimentare di due anni fa, i capi di Stato e di governo avevano confermato l'obiettivo assunto con la Dichiarazione del Millennio di dimezzare il numero di chi ha fame entro il 2015. Oggi l'obiettivo è definitivamente archiviato.

Oltre un miliardo soffre la fame è il livello più alto dal 1970In difficoltà i Paesi ricchi. E' nei nei Paesi ricchi che si registra un aumento degli affamati del 15,4% rispetto allo scorso anno. E' il principale risultato contenuto nell'edizione 2009 dello Stato dell'insicurezza alimentare nel mondo (Sofi 2009), diffuso oggi alla vigilia della Giornata mondiale dell'alimentazione. Il rapporto evidenzia che, in percentuale, è nei Paesi ricchi che aumenta di più la percentuale delle persone sottoalimentate: un aumento del 15,4%. E' di 15 milioni la quota assoluta di persone che hanno fame.

Le aree geografiche. Il record negativo di insicurezza alimentare lo mantiene la regione Asia-Pacifico, con 642 milioni di persone (+10,5%), seguita dall'Africa Subsahariana con 265 milioni (+11,8%), dall'America Latina con 53 milioni (+12,8%) e infine dal Nord ed est Africa con 42 milioni (+13,5%).

"100 milioni di persone in più". "Rispetto allo scorso anno oltre 100 milioni di donne, uomini e bambini in più, un sesto di tutta l'umanità hanno fame nel 2009 - scrivono nell'introduzione del rapporto il direttore generale della Fao, Jacques Diouf e la direttrice esecutiva del Pam Josette Sheeran - la crisi del 2006-2008 nei prezzi delle materie prime alimentari ha escluso dalla portata del reddito di queste persone tutti gli alimenti di base, e alla fine del 2008 i ribassi erano in media ancora del 17% più alti di due anni prima della crisi. Questo ha costretto molte famiglie povere a scegliere tra cure sanitarie, scuola o cibo".

Il crollo degli aiuti nei Paesi più poveri. La Fao, su dati elaborati dal Fondo monetario internazionale, stima che nel 2009 i 71 Paesi più poveri del mondo sperimenteranno una caduta degli aiuti assoluta del 25% rispetto al 2008, che terrà i fondi sempre al di sopra del livello del 2007 ma costituirà comunque un problema per gli interventi sul campo.

L'appello al prossimo vertice. Il nuovo vertice per la sicurezza alimentare è previsto a Roma dal 16 al 18 novembre prossimi. Chiaro il messaggio lanciato a capi di Stato e di governo. Serve un intervento d'emergenza, con voucher alimentari, aiuti e reti di sicurezza e welfare immediato e, a medio termine, un vero programma di sostegno all'agricoltura contadina. "In passato, nei periodi di crisi, si è sempre assistito a una riduzione degli interventi pubblici a sostegno dell'agricoltura. Ma l'unico strumento efficace per vincere la povertà - avvertono i due responsabili delle Nazioni Unite - è un settore agricolo in piena salute". Il richiamo che Diouf lancia nell'introduzione del rapporto è al Joint Statement on Global Food Security (''L'Aquila Food Security Initiative'') lanciato dal G8 della scorsa estate, come testimonianza di un impegno istituzionale a sostenere lo sviluppo agricolo che sulla carta è stato rinnovato. Le preoccupazioni tra impegni ed erogazioni, però, rimangono evidentemente tutte sul tappeto.

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Il nostro cuore e la nostra mente sono gonfi di rabbia e di tristezza per il destino dei nostri fratelli in Palestina. 

 

sette gennaio duemilanove

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Free Tibet

il vecchio mondo usa sempre gli stessi metodi per arrestare il grido di libertà dei Popoli.

La notizia giunge mica tanto inaspettata: i cinesi, dopo anni di silenzio e di connivenza del mondo occidentale, continuano a massacrare ed a tenere sotto il tallone del terrore, un intero Popolo, una intera regione del mondo, uno stile di vita senza paragoni, una spiritualità senza confini.

Il Tibet.

La storia, purtroppo, é sempre la stessa, gli americani esportano democrazia e con l'aiuto dell' ONU passano al tritacarne tutto il mondo che a loro fa comodo, in termini di mercato o di approvvigionamento energetico, fa lo stesso. Magari devono fare i conti con una resistenza che trae la sua origine da sentimenti religiosi. Come i Talebani, che tuttavia l' America foraggiò ai tempi  dell' invasione Sovietica dell'Afghanistan. Prima erano i buoni, adesso sono fondamentalisti, terroristi, Kamikaze, rifiuti della Terra. E l'Islam ci viene presentato come una religione, o una filosofia, per poveri dementi poco più che selvaggi. (Strano, basta guardarci intorno per vedere cosa ci hanno lasciato i Musulmani, a cominciare da una matematica che Greci e Romani neanche si sognavano).

La stessa sorte tocca ai monaci tibetani, in Cina come in Birmania. Ma a differenza dei fratelli islamici, loro sono non-violenti, pacifici, raffinati, determinati. E senza padrini internazionali.

Non si scateneranno aiuti nei loro confronti: nel Tibet non c'é petrolio, non c'è rame, non c'é un accidenti di niente per cui valga la pena affannarsi. E' una questione interna cinese, che se la sbrighino i cinesi. Anzi, mettiamola pure nel conto delle cambiali non pagate, quando l'Occidente si intrometterà, mettiamo caso, in Iran; i cinesi ci restituiranno il favore della non ingerenza. Così ciascuno continuerà imperterrito a fare gli affari suoi, alla faccia dei Popoli che annegano sempre più nel mare della povertà, dell'ignoranza, della sete, della fame.

Potremmo reagire, se solo lo volessimo. Se solo ne sentissimo il dovere morale. Potremmo reagire in maniera forte e non-violenta. Boicottando, una volta per tutte, queste ipocrite ed inutili Olimpiadi. Al tempo in cui furono inventate, tutte le armi tacevano, tutte le controversie erano sospese e si dava spazio al dialogo ed alla risoluzione dei problemi. Adesso ce ne infischiamo dei cosiddetti diritti umani. L'Olimpiade, originario atto di fratellanza fra i Popoli, leale competizione fra Uomini, accettazione di regole comuni, solare sottomissione alle sconfitte, sobria esaltazione nelle vittorie, non esiste più. Non c'é più.

Il posto é stato preso dal business internazionale, che, per il tramite del circo messo in moto con la scusa dello sport, muove quantità colossali di denaro, di interessi, di investimenti, di relazioni. E la Cina vuole presentarsi all'appuntamento "vergine". Quando sarà "invasa" da migliaia di giornalisti di tutto il mondo, le verrà più difficile mascherare il proprio vero volto di potere capital-comunista.        Il lavoro sporco va fatto presto. Va fatto adesso e la partita con i miti, splendidi, raffinati monaci tibetani va chiusa adesso.  Il mondo questo lo sa, ma si gira dall'altra parte. L'ONU altrettanto. L'islam, pure. Anche la Chiesa Cattolica. Compresi i luterani, calvinisti, valdesi e protestanti vari.

Europa Futura dossier

 

Ma siccome non siamo tutti uguali, a noi piace pensare ad una linea invisibile dello Spirito, che sentiamo connessa con i nostri fratelli in Tibet. A loro vada tutta la nostra ammirazione e solidarietà. A loro promettiamo che la spiritualità sarà ancora presente e non solo in Tibet, non ostante la repressione, la tortura, la violenza, il carcere, le privazioni.

Ai materialisti del Capitale o del Collettivismo ricordiamo, cantando con Francesco Guccini, che:

"... le verità cercate per terra, da maiali,

tenetevi le ghiande.

A noi servono le ali..."   


Buon Anno !

Come da buona tradizione l’anno vecchio se ne è andato salutato dai botti che hanno preannunciato l’arrivo di quello nuovo.

Solo che i “botti” di cui parleremo, non sono quelli venduti nelle bancarelle.

Qua si parla del botto che ha salutato il capodanno di Baghdad e che ha fatto i primi trenta morti dell’anno in una Terra che conta non meno di duemila vittime solo per gli attentati nella capitale, ovviamente nell’indifferenza, anzi diremmo, ormai nella normalità generale.

Bell’inizio davvero, in linea con le migliori previsioni degli istituti statistici statunitensi e nord-europei i quali, nulla tralasciando, hanno intuizioni molto precise sulla sorte futura di intere nazioni e soprattutto sui destini dei Popoli da loro stessi “pacificati”. Trenta morti in un giorno, e non è che l’inizio, in tutti i sensi. Buon anno!

Ma buon anno pure ai Kenyoti, che non trovano di meglio, nel giorno di capodanno, di scatenare l’ennesimo conflitto etnico, festeggiando con cinquanta morti, tra i quali molti bimbi arsi vivi dentro una chiesa, secondo le migliori tradizioni tribali del luogo.

E pensare che a meno di duecento chilometri dall’eccidio, i nuovi colonizzatori occidentali, sulla spiaggia di Malindi, stappavano champagne coprendo con il rumore dei tappi volanti, la voce della loro coscienza ormai annullata.

Provate ad immaginare chi sta dietro i massacri del primo dell’anno in centro-africa e, se l’analisi è troppo difficile, staccate per un attimo l’orecchio dal cellulare e con quello che rimane della vostra memoria, tornate a quanto avvenne tra gli Hutu ed i Tutsi qualche anno fa. Buon anno!

E, ciliegina sulla torta, un sincero augurio di buon anno non poteva certo mancare a coloro che hanno inaugurato il 2008 a Gaza, o meglio, nell’inferno di Gaza city, il più grande campo di concentramento mai concepito da essere con forma umana: oltre un milione di persone che non può muoversi liberamente e che ormai vive da mesi con il cibo ed i medicinali razionati. Donne e bambini compresi.

Quale migliore modo di festeggiare l’arrivo del nuovo anno  con una bella lotta fratricida con -solo- dodici morti. Pensate che è finita qui? No, fra Fatah ed Hamas corrono altri dodici mesi di sangue, per la gioia di qualche potente del mondo.

Pensate a Sarkozy, il presidente non francese dei francesi: ecco chi si diverte veramente, e non Carla Bruni, che l’Egitto lo conosce già.

Ma anche l’Italia non è stata da meno. Sette vite spezzate, evaporate, immolate sull’altare del più schifoso capitalismo consumista.

Bell’inizio, veramente! Nessun commento si può fare. Ne si deve.


Sioux

La tribù dei Lakota straccia i Trattati firmati 150 anni fa con gli Stati Uniti: «Violati»

I Sioux presentano il conto ai ladri di anima: «Non siamo più cittadini Usa»

I Trattati vennero firmati più di 150 anni fa. Adesso i Sioux combattono per la loro stessa sopravvivenza fatta di diversità e dignità di Popolo in un mondo globalizzato ed omologato al più ottuso conformismo e stupido consumismo. E lo fanno con il coraggio, la fierezza, l'autostima  e la determinazione che l'Occidente ha perso, e gran parte dell'Oriente spesso affoga nella palude del fondamentalismo religioso.

Adesso non sono altro "che parole senza senso su carta priva di valore". Così gli indiani Lakota hanno deciso di stracciare i trattati firmati dai loro antenati con il governo Usa. E' netta la presa di posizione di una delle tribù Sioux più leggendarie, che ha dato alla storia figure come Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Destinatario il dipartimento Usa. Troppe violazioni, denunciano gli indiani. Continui abusi "per rubare la nostra cultura, le nostre terre e la nostra capacità di mantenere il nostro stile di vita". Per questo, dicono, quei trattati sono ormai carta straccia. Una lotta che cerca di salvare quel che resta di un'identità seriamente in pericolo. Con alcune tribù diventate "fac-simili dei bianchi".

"Non siamo più cittadini statunitensi e tutti coloro che vivono nell'area dei cinque Stati del nostro territorio sono liberi di unirsi a noi" attacca Russell Means, uno degli attivisti più famosi, annunciando tra l'altro che, a coloro che rinunceranno alla nazionalità statunitense, saranno consegnati nuovi passaporti e patenti di guida e, nella nuova entità statale, non si dovranno più pagare le tasse.

Il territorio Lakota si situa nel nordovest degli Stati Uniti e comprende regioni del Nebraska, del Dakota del Sud e del Dakota del Nord, del Montana e del Wyoming."Abbiamo 33 trattati con gli Stati Uniti che non sono stati rispettati" rincara la dose Phyllis Young, colui che aiutò a organizzare la prima conferenza sugli indigeni, a Ginevra nel 1977.

E' lunga e gloriosa la storia dei Lakota Sioux. Formidabili combattenti, guidati da Toro Seduto sconfissero il generale Custer nella battaglia di Little Big Horn, del 1876. I Lakota sono stati la sola tribù a infliggere una sconfitta all’esercito americano.

Ma da allora molto tempo è passato.

Oggi la loro storia parla di una media dei suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile che è cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime. Dati agghiaccianti da cui emerge un fatto di straordinaria importanza: a distanza di un secolo e mezzo dall'epopea del far west e nonostante manchino riferimenti temporali di immediato riscontro, i giovani Sioux soffrono della mancanza di radici. Non hanno acquisito le radici yankee, troppo rozze e lontane dalla visione del χοσμος che a loro appartiene, ma che tuttavia non possono vivere nella sua pienezza. Da qui la rinuncia a vivere in un mondo sentito e visto come estraneo e nemico. La lotta dei Sioux, di converso, è la dimostrazione che la globalizzazione non è un fatto ineludibile e che ai ladri dell'anima ci si può, ci si deve opporre.

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herald tribune

International Herald Tribune

ROME: All the world loves Italy because it is old but still glamorous. Because it eats and drinks well but is rarely fat or drunk. Because it is the place in hyper- regulated Europe where people still debate with perfect intelligence what, really, the red in a stoplight might mean.

But these days, for all the outside adoration and all its innate strengths, Italy seems not to love itself. The word here is " malessere," or malaise, and it implies a collective funk - economic, political and social - summed up in a recent poll: Italians, despite their claim to have mastered the art of living, report themselves the least happy people in Western Europe.

" It' s a country that has lost a little of its will for the future," said Walter Veltroni, Rome' s mayor and a possible future prime minister. " There is more fear than hope."

The problems are, for the most part, not new - and that is the problem: They have simply caught up to Italy over many years to the point that no one seems clear how change can come - or if it is possible anymore at all.

Italy has long charted its own way of belonging to Europe, struggling like few other countries with fractured politics, uneven growth, organized crime and a tenuous sense of nationhood.

But frustration is rising that these old weaknesses are still no better, and in some cases worse, as the world outside outpaces it: In 1987, Italy celebrated economic parity with Britain. Now Spain, which had joined the European Union only the year before, may soon overtake Italy.

Its low- tech way of life may enthrall tourists, but Internet use and commerce here are among the lowest in Europe, as are wages, foreign investment and growth. Pensions, public debt, the cost of government are among the highest.

The latest numbers show a nation older and poorer, to the point that Italy' s top bishop has proposed a major expansion of food packets for the poor.

Worse, worry is growing that Italy' s strengths are degrading into weaknesses.

Small and medium- size businesses, long the nation' s family- run backbone, are struggling in a globalized economy, particularly with low- wage competition from China.

Doubt clouds the family itself: 70 percent of Italians from the ages of 20 to 30 still live at home, condemning the young to an extended and underproductive adolescence. Many of the brightest, like the poorest a century ago, leave Italy entirely.

The stakes have risen so high that Ronald Spogli, the U. S. ambassador with 40 years of experience with Italy, warns that the country risks both a diminished international role and relationship with Washington.

America' s best friends, he notes, are its business partners, and Italy, increasingly, is not. Bureaucracy and unclear rules kept United States investment in 2004 to $ 16. 9 billion. The number for Spain: $ 49. 3 billion.

" They need to sever the ivy that has grown up around this fantastic 2, 500- year- old tree that is threatening to kill the tree," Spogli said.

But interviews with possible prime ministers, business people, academics, economists and ordinary Italians suggest that the largest reason for this malaise seems to be the feeling that there is little hope the ivy can be cut - and that is turning Italians both sad and angry.

There is a connection between the nation' s errant political system and its worsening mood: Luisa Corrado, an Italian economist, led the research into a study at the University of Cambridge that found Italians the least happy of 15 West European nations. They link happiness, as measured in 2004, with trust in the world around them, not least in government.

In Denmark, the most happy nation, 64 percent trusted the Parliament. For Italians, the number was 36 percent.

" Unfortunately we found this issue of social trust was a bit missing," Corrado said.

Two best- selling books - both sparked months of self- probing debate - capture the current distrust of large powers that cannot be controlled.

" The Caste" sold a million copies ( in a nation where 20, 000 makes a best- seller) by exposing the sins of Italy' s political class, how it became privileged and unaccountable. Even the presidency, considered above the fray, was not spared: The book put the office' s annual cost at $ 328 million, four times that of Buckingham Palace.

" Gomorrah," which sold 750, 000 copies, concerns the mob around Naples, the Camorra. But politics, the book argues, allows the Camorra to flourish, keeping Italy' s lagging south poor and organized crime, by one recent study, the largest sector of the economy.

These are Italy' s age- old problems, but Alexander Stille, a Columbia professor and Italy expert, argues that this moment is different: While the economy expanded, from the 1950s to the 1990s, Italians would tolerate bad behavior from their leaders.

But growth has been slow for years, and life is tipping into decline. Numbers now show 11 percent of Italian families under the poverty line, and 15 percent have trouble spreading their salary over the month.

" The level of anger is great because before you could slough it off," Stille said. " Now life is harder."

Italians rarely associate this crop of aging leaders with capacity to change: They are, in fact, the same people who have battled it out, trading terms in power, for more than a decade. Last year, they voted out Silvio Berlusconi, Italy' s richest man and prime minister first in 1994, for not keeping his promises for American style growth and opportunity on merit. When he left office, economic growth was zero.

But after the election, it became clear that getting rid of Berlusconi would be no magic cure. Prime Minister Romano Prodi, who also had the job from 1996 to 1998, has been saddled with a shaky coalition of nine warring parties.

He promised a clean slate, but his unwieldy center- left government disappointed with its first symbolic act: Its cabinet had 102 ministers, a new record. He has managed to push through two reform packages, and the economy is growing again. " Ours is not a happy situation, but it is better than before," Prodi said.

But the government has fallen once and threatens to again at every difficult vote. Small proposals spur protestors to the streets, one difficulty making change as protected interests seek to preserve themselves. Pharmacists closed their doors this year when the government threatened to allow supermarkets to sell aspirin. The cost for just 20 aspirin tablets at a pharmacy: $ 5. 75.

The measure passed, but in all, the government is largely paralyzed. Voters are fed up, and Prodi' s opponents know it.

" I understand the bad humor, the malaise," said Gianfranco Fini, leader of National Alliance, the second largest opposition party. " People are starting to get strongly angry because you have a government that doesn' t do anything."

Economically, it was once easy to solve problems by devaluing the lira. That is now impossible with the euro, which has also increased prices, particularly for housing.

Then there is the family: The divorce rate has risen. Large families have been replaced by one of Europe' s lowest birth rates, the fewest children under 15 and with the greatest number of people over 85 apart from Sweden. Unemployment is low, 6 percent. But 21 percent of people aged 15 to 24 did not work in 2006. And the old are not letting go.

Evidence of Italy' s age is everywhere: In parks, clutches of old ladies coo at a single toddler. On television, stars are craggy ( median age for the presenters of this year' s Miss Italia contest: 70. The winner, Silvia Battisti, was 18). In politics, Prodi is 68, Berlusconi is 71.

" The generational problem is the Italian problem," said Mario Adinolfi, 36, a blogger and aspiring politician. " In every country young people hope. Here in Italy there is no hope anymore.

" Your mom keeps you home nice and softly and you stay there and you don' t fight. And if you don' t fight, it is impossible to take power from anybody."

He added: " We don' t have a Google. We can' t imagine in Italy that a 30 year old opens a business in a garage."

In September, word spread through a house of young Romans, over beer and pasta, that Luciano Pavarotti, the tenor and arguably the world' s most famous Italian, had died. " Dammit!" yelled Federico Boden, 28, a student. " Now all we have is pasta and pizza!"

Italy does not seem to rank as it once did for greatness. There is no new Fellini, Rossellini or Loren. Its cinema, television, art, literature, music, are rarely considered on the cutting edge.

But it does have Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo - all symbols of style and prestige. What Italy has is itself - and many believe the future rests in trademarking mystique into " Made in Italy."

Italian wine was an early test. Producers moved with success from quantity swill to quality. Illy, the coffee house, has flourished by combining quality and uniformity - they make just one blend - with innovation in methods and style in presentation.

" This is where Italians are winners," said Andrea Illy, the company' s president. " Use your particular strengths, which are beauty and culture."

But Italian industry depended on low wages, making it vulnerable to competition from China as labor costs here rose. Alarms began ringing several years ago, with fears that many of Italy' s traditional businesses - textiles, shoes, clothes - could not compete. Many could not: In northeast Friuli Giulia, a capital of chair making, the number of chair companies has shrunk to about 800 from 1, 200.

" At first they thought this phase would just pass," said Massimo Martino, director of Max Design, a small furniture company. " But in reality many businesses ended up closing because fundamentally the market didn' t need them anymore. They didn' t want to change."

Some companies took up the challenge. Wood was the primary material there, but Martino began to create chairs, mostly of molded plastic, well- designed but inexpensive. Others decided competing on price against China was impossible. Instead, the aim would be quality and Italy' s uniqueness, something China could not match.

Pietro Costantini, head of a third generation furniture company, said he began focusing not just on the upper end - he makes extra- large furniture for big Americans - but created lines that would sell the Italian lifestyle itself. Customers, he said, are returning.

" For example, if you pick a Russian type of customer, he must have a German car, a Swiss watch and Italian clothing," he said. " Like Italian clothing, we are sure they are looking at Italian furniture."

It is not clear this " Made in Italy" strategy will be enough. Skeptics argue that foreign investment, research and development, venture capitalism, remain too low, as does competitiveness with other European countries.

But the nation' s entrepreneurs are one bright spot in a landscape with few others. Some argue the younger generation is another key, if not now then when those in power die off. They are educated, well traveled and - like Beppe Grillo, an actor and comedian, in attracting his masses - use the Internet.

Politically, two center- left parties merged to produce the Democratic Party, aimed at overcoming the system' s crippling fragmentation. All sides finally agree that a new electoral law must be redone to give more breathing room to the winner of the next elections - crucial for pushing through any major changes.

But understanding the problems is the smallest step. Many worry, meantime, that Italy may share the same fate as the Republic of Venice, based in the most beautiful of cities, but whose domination of trade with the east died with no culminating event.

Now it is essentially an exquisite corpse, trampled over by millions of tourists. If Italy does not shuck off its comforts for change, many argue, a similar fate awaits Italy: blocked by past greatness, with aged tourists the questionable source of life, the Florida of Europe.

Peter Kiefer contributed reporting from Rome and Trieste and Elisabetta Povoledo contributed from Rome.

 


_ Lo Stato Amico

 Oggi, non meno che nel passato,

in Sicilia si avverte l’esigenza di ricostruire, meglio, di costruire i legami fra popolo e Stato, sin qui in larghissima misura inesistenti.

La questione morale, il senso stesso della legalità, fondamento di qualunque azione del vivere comune e civile, diventa non risolubile se ci si trova a che fare con uno Stato parallelo che permea la vita dei siciliani.

Responsabilità del singolo è cercare (e trovare) una via non istituzionale per la risoluzione dei propri problemi costruendo una rete di amicizie, di obblighi ed in definitiva di regole che agiscono come un enclave all’interno dello Stato propriamente detto, atte ad aggirare gli ostacoli.

L’uso di un tale sistema di vita, oltre che a creare un proprio stato nello Stato, proprie leggi all’interno della Legge, crea una evidente ed insopportabile disparità fra cittadini che “chiedono” e cittadini che “danno”, fra cittadini che “possono chiedere favori” e coloro che “possono fornirli”.

La base, se così si può dire, culturale della mafia sta tutta qui.

Responsabilità dello Stato è stata ed è, quella di porsi, nei confronti della collettività come stato-padrone, stato-esattore, STATO-NEMICO.

La proposta di Europa Futura consiste in una inversione di atteggiamenti e di modus operandi.

Lo Stato deve tornare ad essere amico del cittadino. Al fianco della società di cui è espressione, emanazione e servizio.

Partendo dall’educazione scolastica. Insegnando, anche con il gioco, al cittadino di domani che esistono regole per vivere meglio.

E’ questo il caso dell’istruzione al codice della strada, al rispetto degli altri sulla base di regole comuni e condivise: la Legge.

L’educazione, continua e sempre in aggiornamento, farà conoscere al cittadino le Leggi che lo tutelano, anche nei confronti dello Stato medesimo. Ad esempio la cosiddetta Legge “Bassanini” l’attuazione della quale, su semplice richiesta dell’utente, ha un effetto dirompente sulle Istituzioni che non osservano le regole di trasparenza, tracciabilità, responsabilità, accesso agli Atti e spesso reiterano comportamenti devianti basati sul “favore” in antitesi al “diritto”.

Le Forze dell’Ordine, oltre alla pur necessaria attività repressiva, dovranno fare uno sforzo per essere punta di diamante di uno Stato Amico, che consiglia, tutela, soccorre, risolve problemi.

Informazioni oggi riservate su ambienti criminali dovranno essere rese note  a chi ha la necessità di assumerle, sia essa la pubblica amministrazione che il privato cittadino.

Molto sinteticamente vogliamo andare verso uno Stato che non nasconda la pattuglia dei Carabinieri dietro una curva per meglio reprimere chi ci casca, ma, al contrario, che metta bene in evidenza la Volante la cui presenza servirà a scoraggiare comportamenti illeciti. La stessa volante il cui equipaggio è conosciuto, apprezzato, accettato e stimato nelle scuole come per strada.

…continua

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1. Pubblichiamo la testimonianza di chi, in Birmania, ha scelto di risarcire con il proprio agire solidale, i troppi debiti dell'Occidente nei confronti degli Ultimi della Terra

 

“SCAMPAGNATA” IN BIRMANIA

7 OTTOBRE 2007 - Kler Law Seh - Stato Karen                          

Teniamo  accesa  la Speranza

 

 

 

 

Solidarietà con il Popolo BIRMANO


Domenica. C’è il sole. Dopo giorni e giorni ininterrotti di pioggia il monsone ci concede una tregua. Non poteva capitare in una giornata migliore. Oggi dobbiamo andare a Bla Thoo, villaggio di cento abitanti ad un ora di marcia dalla “Carlo Terracciano”. E’ il turno della visita degli infermieri di “Popoli” al piccolo centro del distretto di Dooplaya.
Venti giovani volontari del KNLA (Karen National Liberation Army) marciano con noi tra campi coltivati a granoturco e riso su di una pista che alla metà dello scorso marzo era stata percorsa da un battaglione di birmani per dare l’assalto alla “Terracciano” e al vicino campo dell’esercito di liberazione Karen. L’assalto si era concluso con il ritiro dei soldati di Rangoon dopo una battaglia di tre ore che aveva lasciato sul terreno 14 birmani e 4 Karen.
Mentre si cammina a passo spedito verso Bla Thoo, sulle colline circostanti altre due sezioni del KNLA sorvegliano, dalla notte precedente, il territorio che si estende fino alle posizioni birmane, distanti ora soltanto tre chilometri.
La tensione tra patrioti Karen e esercito occupante è salita dopo che pochi giorni fa i guerriglieri del 103° e del 201° battaglione si erano scontrati con una colonna birmana diretta verso Rangoon. Ancora una volta i Karen avevano avuto la meglio e i birmani si erano portati via 4 caduti.
L’insostituibile Ba Wha, allegro capo infermiere con alle spalle qualche decennio di esperienza di chirurgia di guerra e di medicina di emergenza guida la squadra sanitaria: sei giovani “medics” (così vengono chiamati qui questi infermieri/medici alla cui formazione hanno contribuito i corsi di “Popoli”) carichi di farmaci, stetoscopi e misuratori di pressione, che marciano ridendo, quasi fossero in passeggiata.
Arriviamo a Bla Thoo trovando il solito scenario, a cui ci siamo ormai abituati. Il villaggio sembra deserto, come se i suoi abitanti lo avessero abbandonato di corsa di fronte a qualche minaccia incombente. Ma basta una voce nell' altoparlante del piccolo monastero buddista posto sulla collina a chiamare a raccolta donne e bambini del paese: “Chiunque voglia farsi visitare, chiunque abbia dei problemi di salute, venga subito qui, ci sono i medici”.
Pochi minuti dopo, nonostante l’affollamento, riusciamo a riconoscere delle facce incontrate durante le precedenti missioni. Qualche donna si fa avanti, con lo sguardo riconoscente, per stringerci la mano. Un vecchio chiede a Ba Wha di riferirci che la sua schiena ora sta meglio, dopo che ha preso diligentemente le compresse che gli abbiamo consegnato in agosto. Paw Hser, infermiera di diciannove anni, è circondata da mamme e bambini che attendono accalcati ma pazienti, il loro turno. E’ poco più di una ragazzina, ma lavora con una sicurezza e una cordialità sorprendenti.
“Sono qui perché amo il mio Paese” - dice con un filo di voce – “Ho lasciato il campo profughi di Umpiah per rendermi utile alla nostra gente. Vedete in che condizioni devono vivere queste persone? “ Si guarda intorno, quasi a cercare una conferma alle sue parole. Poi prosegue – “Esercito Karen e civili Karen sono la stessa cosa” - indica con un cenno della testa i giovani soldati che fumano ai piedi del monastero – “Loro combattono, noi curiamo i nostri malati. Vogliamo tutti la stessa cosa: libertà. E la otterremo.” Penso subito a ciò che mi era stato raccontato lo scorso agosto: funzionari dell’Ambasciata U.S.A. nei campi profughi ad offrire asilo ai disperati Karen, che da 58 anni non conoscono che guerra e vita difficile. Giovani stagisti del dipartimento di stato addestrati all’”adescamento” di quelli che considerano dei “derelitti” perché non hanno la tv e l’auto, e che verranno trasformati in nuovi schiavi del sistema produttivo statunitense. O che saranno inviati ad ingrossare le fila dell’ U.S. Army in qualche guerra imperialista in cambio della cittadinanza. Qualcuno è già caduto nella rete, comprensibilmente. Ma c’è chi, come Paw Hser, “Dolce Fiore”, percorre la strada a ritroso. Lascia il campo per tornare in guerra, per vivere qui con altri giovani che tengono duro e per sognare un paese che sia degno di tal nome.
Sono questi “i giorni di Rangoon”, in cui, per un po’, il mondo è sembrato interessarsi alla vicenda di milioni di persone che esprimono la loro esasperazione per quel cappio posto intorno al loro collo dai vecchi cassieri della giunta birmana.
Da quanto sappiamo quaggiù, buona parte dell’interesse è già scemato, e per la ferrea logica del sistema della comunicazione fino a che non ci saranno nuove manifestazioni e nuove vittime tutto tornerà come prima.
Invece in questi villaggi delle “zone nere”, le aree in cui è presente l’esercito di liberazione Karen e in cui i soldati birmani sono autorizzati a colpire chiunque incrocino sul loro cammino, la vicenda prosegue con la stessa drammaticità di sempre. Da alcuni giorni, i militari di Rangoon lasciano messaggi per gli avversari: “Non sparateci. Forse qualche cosa sta cambiando. Forse non saremo più costretti ad ammazzarci”.
I volontari del KNLA non si fidano: “Cosa dovremmo aspettare? Se vogliono veramente che le cose cambino abbandonino adesso i loro campi fortificati e si consegnino a noi. Sanno di non dover temere nulla. Sanno che li tratteremo con correttezza e rispetto. Ma se credono di poter giocare ancora con l’inganno, se pensano di poter fare la loro scelta soltanto una volta che la situazione a Rangoon sarà chiarita, beh allora ogni volta che li incontreremo sarà battaglia. Non ne usciranno vivi”.
E’ ora di rientrare alla “Carlo Terracciano”. La colonna si rimette in cammino, si snoda per alcune centinaia di metri. Uniformi mimetiche e ombrellini rosa sfilano tra i campi verdi di riso. Li guardiamo allontanarsi dall’alto della collina di Bla Thoo. Sembra una scampagnata domenicale di allegri universitari. Sembra un gruppo di giovani spensierati con un futuro pieno di certezze davanti. Riconosciamo il passo veloce di Paw Hser.
Cammina ridendo, in direzione opposta al campo profughi che ha lasciato per sempre un anno fa.

Franco Nerozzi,
Comunità Popoli